Benessere e Vita Quotidiana

LA DOMANDA DI SALUTE

La domanda di salute è diventata pressante in rapporto all’invecchiamento della popolazione,
al diversificarsi degli stili di vita, all’inquinamento ambientale, alimentare e iatrogeno, al moltiplicarsi delle  malattie croniche  degenerative, quali  obesità, diabete,  malattie   cardiovascolari, affezioni autoimmunitarie, cancro. Ma anche per il diffondersi del desiderio e della consapevolezza di poter conquistare e fruire nel tempo della nostra esistenza di livelli superiori di libertà fisica e mentale, contraendo il carico di dipendenze ancestrali, prodotte dalla fame, dalle malattie, dall’ignoranza, dalle barriere sociali, dallo spazio.
La difesa della salute va combattuta giorno per giorno.
È stato dimostrato che una sostanza tossica, o un inquinante fisico, possono determinare sindromi degenerative diverse e che la stessa patologia degenerativa può derivare dal concorso dei fattori più vari. Porre in evidenza un effetto patogeno di una delle infinite sostanze immesse dall’uomo nell’ambiente può avere ben poco significato, soprattutto se non vengono bandite quelle di largo uso già etichettate come cancerogene o comunque nocive (metalli tossici, asbesto, cromo, diossine, PCB, benzene, cloruro di vinile e la maggior parte dei derivati del petrolio). In biologia hanno peso determinante le sommatorie e le interazioni, anche quando ciascuno dei fattori di danno è al di sotto della presunta soglia di pericolo. Dall’epidemiologia statistica possiamo ricevere indicazioni di tendenza, non certo conoscenze approfondite.

Il dilatarsi dell’entropia nell’ambiente si riflette inevitabilmente in una crescente entropia dell’informazione all’interno degli organismi. È questa la causa prima sottesa a tutte le malattie degenerative. L’apparato respiratorio – che per milioni di anni non ha dovuto affrontare problemi
di adattamento – si è trovato immerso, in soli 50 anni, in un ambiente che è un campionario di veleni. A decine di migliaia vengono immessi nell’atmosfera da camini, ciminiere, motori termici, sfiati di serbatoi, esalazioni di vasche di raccolta per uso civile e industriale, discariche
di rifiuti, inceneritori. Le strutture di controllo sono in realtà del tutto inadeguate, né si riuscirebbe mai a porre sotto monitoraggio composti chimici innumerevoli, estremamente diversificati, spesso instabili, interagenti e perciò in continua e sovente ignota trasformazione. Nelle città il “respiro dell’automobile” sovrasta ormai di migliaia di volte quello umano. La dimensione sanitaria di questo inquinamento appare  in tutta la sua rilevanza  quando si pensa che alla depurazione
dell’aria urbana concorrono senza tregua i 140 mq di superficie respiratoria polmonare di ogni cittadino. Dal tubo di scappamento dei motori a combustione interna, dalla polverizzazione del manto stradale e dall’usura dei battistrada proviene una vasta gamma di carcinogeni  accertati: idrocarburi policiclici aromatici, idrocarburi alogenati, ammine aromatiche, chetoni, aldeidi, epossidi, perossidi, radicali liberi, ioni diversi.

L’orecchio non possiede palpebre, per esso non viene mai notte. L’ancestrale funzione di allarme dell’udito gli consente, anche durante il sonno, di trasmettere lo stimolo ai centri diencefalici di vigilanza. Si è rilevato che rumori superiori a 74 decibel producono vasocostrizione periferica e che negli individui con pregresso infarto miocardico il segno elettrocardiografico del danno viene accentuato dall’esposizione a 80-90 decibel. Rumori molto intensi turbano l’elettrogenesi cerebrale, influenzano l’attività delle ghiandole endocrine e, agendo sull’asse ipofisi-surrene, sono in grado di alterare i meccanismi immunitari di difesa. E tuttavia, mentre si moltiplicano gli stati di malessere aspecifico e il consumo dei tranquillanti dilaga, si è ben lontani dal comprendere l’impatto straordinario esercitato sui sistemi omeostatici dell’organismo dalle vibrazioni sonore artificiali cui siamo esposti. Negli ultimi 50 anni lo sviluppo industriale ha provocato un enorme invisibile inquinamento da radiazioni non ionizzanti. L’energia di queste esalta la cinetica delle molecole colpite, influenzando i livelli elettronici degli atomi. Anche in questo caso, come per gli inquinanti chimici, è generale presunzione che ripercussioni biologiche indesiderate si abbiano solo superando una data soglia di esposizione. Soglia che invece è costituita unicamente dal limite delle nostre conoscenze! La modificazione degli equilibri ionici di membrana, dei potenziali di azione nei circuiti neuronici, dell’assetto elettronico dei polimeri e la rottura dei legami deboli tipici delle macromolecole biologiche (proteine, enzimi, ormoni, acidi nucleici) sconvolgono le funzioni essenziali della nutrizione, della riproduzione cellulare e della conduzione nervosa.
 La dissipazione dell’energia elettromagnetica da radio frequenze e micro-onde avviene in maniera selettiva nei diversi organi e tessuti, in rapporto diretto con il loro contenuto idrico. I sintomi si rivelano più facilmente nella sfera neuropsichica ed a carico dei sistemi emopoietico, immunitario, neuroendocrino e dell’apparato vascolare.

L’associazione tra neoplasie e sviluppo industriale emerge inconfutabile dall’osservazione dei tassi standardizzati di mortalità tumorale. Mentre sono infiniti gli agenti che concorrono in termini stocastici al bombardamento oncogeno e all’alterazione degli equilibri omeostatici generali e locali, unico è il meccanismo complessivo di difesa ai livelli intracellulare e sistemico. Il concetto di soglia implica che al punto massimo di instabilità sia l’evento minimo, di per sé privo di significato generale, a far scattare il cambiamento di stato. Le malattie degenerative non rappresentano una fatale maledizione, ma innanzitutto una patologia antropogenica, che la società industrializzata diffonde anche ad altre specie viventi. Dalla casa agli arredi, agli utensili, dagli indumenti alle macchine, tutto oggi è fuori degli equilibri biotici e contro di essi. Il termine “convivere” ha ormai un tono paradossale e provocatorio. Mentre l’inquinamento investe aria, acqua, suolo, alimenti e intere specie animali e vegetali si estinguono, ci viene detto che dobbiamo convivere con il cancro, assuefarci all’inquinamento, accettare una condizione esistenziale di rischio. Esiliamo gli animali domestici nei crudeli lager zootecnici e in cambio ne ospitiamo parassiti, virus, farmaci e molecole tossiche.

 Dopo 3 miliardi e mezzo di anni l’evoluzione biologica si inverte in una tendenza involutiva, caratterizzata dalla diminuzione nella varietà delle specie e da una generalizzata decadenza della loro qualificazione istochimica, del loro ordine interiore, della loro “informazione”.
L’unico approccio possibile alla grande rete delle relazioni energetiche della biosfera è quello permesso dalla Ecologia quale scienza delle interazioni tra gli esseri viventi e l’ambiente.

Persino una parola così poco metaforica come il verbo inglese “to be”, essere, fu generata
da una metafora. Esso deriva infatti dal sanscrito “Bhu”, “crescere o far crescere”, mentre le forme inglesi “am”, io sono, e “is”, egli è, si sono evolute dalla stessa radice del sanscrito “asmi”, respirare. La coniugazione irregolare del verbo inglese più comune conserva un ricordo del tempo, in cui l’uomo non possedeva una parola per “esistenza” e poteva dire solo che qualcosa “cresce o respira”.
(J. Janes, Il crollo della mente bicamerale e l’origine della coscienza; Adelphi, 1988).

Il valore epistemologico rivoluzionario della ecologia sta nel riscatto della unitarietà del reale.
Non si tratta solo di reintegrare l’uomo nella società, ma altresì l’uno e l’altra nell’ambiente naturale. L’imperativo categorico è di tornare ad iscrivere tutte le attività entro i cicli biogeochimici naturali. Alla fine degli anni ’60 e nei primi anni ’70 la ricerca scientifica di base ha cominciato a fornire una messe straordinaria di informazioni sul funzionamento dei sistemi biologici, che ha permesso lo sviluppo di questo nuovo approccio al tema della Salute.
Alla luce di queste conoscenze la salute viene interpretata come il mantenimento di attività metaboliche ed energetiche, che si fonda ed è affidato alle loro interconnessioni, pluripotenzialità, diversità e ridondanze. La contrazione o l’indebolimento di uno solo di questi parametri si traduce necessariamente in un impoverimento del nostro stato di salute, che, quando non viene corretto, porta alla sofferenza di uno o più organi ed alle manifestazioni del disagio.

Secondo questa prospettiva, la valutazione dello stato di salute consiste nella quantizzazione di questa riserva di caratteristiche e di potenzialità, piuttosto che nella definizione di uno stato patologico. In questa prospettiva, risultano particolarmente utili i test da carico perché ci permettono di esplorare la potenzialità delle nostre riserve, come ad esempio nel test cardiaco da sforzo, nel test da carico di glucosio o in quello con farmaci chelanti per valutare la intossicazione cronica da metalli pesanti. In questo modo il paziente viene interpretato nella sua individualità biologica e comportamentale, costituendo il solo “universo”, in cui si realizza l’unicità delle interconnessioni, dei potenziali, delle diversità e delle ridondanze.
L’evento patologico si manifesta in seguito a una perdita di “libertà” del grande sistema di relazioni e come tale va interpretato, se vogliamo passare dalla cura di una patologia d’organo alla promozione dello stato di salute ed alla guarigione dell’individuo all’interno della sua avventura quotidiana. Le malattie croniche sono precedute da un progressivo decadimento delle attività fisiologiche di uno o più sistemi e la prevenzione e la diagnosi precoce hanno oggi lo scopo di intervenire tempestivamente per recuperare quelle funzioni e quei metabolismi che si stanno alterando. In estrema sintesi possiamo affermare che “è meglio conoscere il Paziente che presenta una determinata malattia, piuttosto che conoscere la Malattia che affligge un determinato paziente” (W. Osler).

 L’arte di personalizzare l’intervento medico consiste nell’integrare gli elementi sensibili della storia del paziente, i fattori predisponenti ed i fattori scatenanti con le nuove conoscenze: la biologia molecolare, l’epigenetica, la robotica, la scienza dell’alimentazione, la metabolomica.
Occorre, dunque, passare da un approccio specialistico dedicato alla patologia e terapia d’organo
 e finalizzato alla prescrizione farmacologica, alla formulazione di un programma personalizzato dedicato al recupero della salute, che coinvolge il paziente come primo attore responsabile del proprio  benessere.   La transizione dalla  ricetta   al programma  finalizzato ad  un  positivo cambiamento delle scelte comportamentali rappresenta uno dei contributi più importanti ed efficaci della medicina funzionale, ma certamente anche uno dei più impegnativi. Infatti, l’esperienza soggettiva di un programma personalizzato di salute prevede un impegno costante a formulare scelte comportamentali, che necessariamente variano in rapporto alle condizioni della vita privata
e professionale, in rapporto alle condizioni ambientali, alle stagioni, agli imprevisti dell’esperienza quotidiana.

Certamente l’efficacia della trasmissione dei messaggi e prima ancora la capacità di ascolto da parte del medico sono  affidate a percorsi   ed esperienze, che   il medico  deve aver svolto e  maturato  a livello personale. Il medico e il paziente divengono, così, intrinsecamente partner nella soggettività e l’ascolto empatico rimane ancora lo strumento diagnostico più importante per il medico.
Le discrepanze fra ciò che il medico vede (illness) e ciò che il paziente sente (sickness) sono frequentissime, perché il non sentirsi bene non è causato solo dalla malattia in sé, ma da un insieme di funzioni disturbate, che coinvolgono parametri fisiologici, psicologici e certamente dimensioni culturali.
Ogni situazione o condizione che sperimentiamo è influenzata o per così dire colorata da migliaia di sfumature e gradazioni contestuali… I pensieri dei vari individui hanno una struttura un pochino diversa, e l’impossibilità di esprimerli riflette la nostra individualità”
(Marvin Minski).

Occorre comprendere che ciò che appare come malattia non esiste come entità a sé stante e consiste piuttosto in un insieme di segni, sintomi, comportamenti e patologie tissutali, che si manifestano in un determinato individuo. La sofferenza è sempre mediata in qualche modo anche dalla paura, dai pensieri e dalle credenze, con cui noi valutiamo ed esprimiamo il fatto di essere ammalati. Questi mediatori cognitivi modulano gli stessi sintomi e i mediatori biochimici.

Le comuni attività quotidiane, dieta, esercizio, vita all’aria aperta, interazione sociale, pensieri e ambiente modificano i livelli dei mediatori molecolari, come d’altra parte l’età, il sesso, la fase del ciclo   mestruale, la  stagione, l’ora  del giorno. Per  cercare  di  individuare  le  cause scatenanti  è indispensabile ascoltare con grande attenzione la descrizione del paziente, ricordare che le affezioni croniche sono caratterizzate da cause scatenanti multiple, che uno stesso sintomo in pazienti diversi può avere diverse cause scatenanti e che una stessa causa scatenante può manifestarsi con sintomi diversi in pazienti diversi.
 Il primo pilastro della guarigione è rappresentato, dunque, dalle relazioni e la restituzione dello stato di salute, guarigione, prevede percorsi necessariamente diversi da quelli previsti dalla terapia medica specialistica, che è dedicata alla soppressione della malattia attraverso l’uso dei farmaci. I medici in genere sopravvalutano la richiesta di farmaci e sottovalutano il desiderio del paziente di ricevere informazioni. L’effetto placebo è la capacità nel medico di far sentire meglio il paziente, indipendentemente dalla terapia e costituisce indubbiamente il fattore principale all’interno della visita. Il placebo dunque non è una pillola o un procedimento, ma una relazione!

To a great degree, the body has the capacity to heal itself. This concept opposes the mechanical model in which doctors act as fixers. One goal for future practitioners will be to guide and empower patients toward self-healing. A New Model for Medical Education and Practice”, David S. Jones, Laurie Hofmann, Sheila Quinn; The Institute for Functional, 2011.

La domanda di salute contiene tutte le potenzialità e le energie per il Cambiamento e l’Alfabetizzazione Biologica della Vita Quotidiana all’interno di questa nuova prospettiva costituisce il primo riferimento ed il comune obiettivo della ricerca, della comunicazione, dei prodotti e dei servizi. “Quando penso alla libertà non faccio più riferimento a Rousseau, ma ad una serie di scienze, dalla biochimica del cervello alla psicologia sperimentale, dall’endocrinologia, alla genetica, insomma agli strumenti di cui è possibile servirsi per rendere libera la donna e l’uomo di questa società” (Sabino Acquaviva).

Alfabetizzazione biologica significa acquisire conoscenze sulle principali funzioni che regolano
 la nostra “macchina biologica”, come la nutrizione, l’esercizio fisico, il sonno, il respiro, il sesso,
il controllo dello stress, l’umore. Man mano che queste informazioni vengono acquisite producono un cambiamento delle nostre abitudini, migliorano  la nostra salute ed  il nostro benessere.
 È una “attività olistica”, che ci dà soddisfazione e che possiamo praticare ed allenare quotidianamente. E se questo nuovo percorso continua ad affermarsi ci rendiamo conto che
l’attività mentale, con la quale abbiamo pensato fino ad oggi di identificarci, in realtà è antenna
di una individualità astronomicamente più complessa, che pulsa attraverso miliardi di processi molecolari, atomici, energetici, coordinati da memorie che si sono formate in una fase precocissima del nostro sviluppo, quasi esclusivamente inconscia, tra il concepimento ed i primi due-tre anni di vita.
 La sfida della ricerca e della medicina è in gran parte affidata a leggere, interpretare e modulare questa MATRICE bio-energetica e percettiva che continua a scrivere ogni secondo della nostra esistenza la storia del nostro incontro con l’ambiente e il tempo e appare attraverso la postura, il ritmo del respiro, i tempi di reazione, l’energia, l’esercizio della memoria, il movimento degli occhi, la gestualità, la mimica, il timbro ed il controllo della voce, la gratitudine, l’empatia, la capacità di ascolto, la speranza…

Programmare una nuova vita è l’occasione più coinvolgente per una riflessione sul futuro e per
il nostro   impegno, con  cui si misura la nostra individualità, in termini di   salute, di creatività e di testimonianza. La ricerca scientifica fornisce una messe straordinaria di informazioni, che ci aiutano ad esplorare le potenzialità, le attese, i rischi che un nuovo concepimento comporta ed a svolgere una riflessione approfondita dedicata alla prevenzione in fase di pre-concepimento.
Per entrambi i genitori e le loro famiglie è anche una occasione per ripensare il proprio rapporto
con la quotidianità, il valore della vita in comune e il cambiamento secondo una nuova prospettiva.
 È un percorso che richiede una disponibilità vera a metabolizzare informazioni e riflessioni in chiave strettamente personale ed a superare la sorpresa di scoprirci impreparati nei confronti di realtà che diamo per scontate e che scontate non sono.

La Ricerca Scientifica, con gli strumenti della biologia molecolare e della fisica quantistica attraverso un approccio multidisciplinare integrato centrato sulla domanda di salute del singolo individuo, ci offre, oltre gli steccati delle classificazioni di malattia, l’opportunità di formulare comportamenti di salute come progetti di sviluppo dedicati all’uomo.
In un’epoca caratterizzata dall’emergenza e dal degrado a molti e vari livelli, ma anche dalla straordinaria disponibilità di mezzi e di conoscenze, sentiamo di dover estendere la nostra ricerca e la nostra testimonianza per creare una risposta forte e coerente a quella domanda di salute e di benessere che vive in ciascuno di noi!

Se vuoi costruire una barca non radunare uomini a tagliare legna, dividere i compiti e impartire ordini, ma insegna loro la nostalgia per il mare, vasto e infinito!” (Antoine de Saint-Exuperey).

È la consapevolezza della nostra sola ed unica vita e della vastità del cielo delle esperienze possibili che alimenta la nostalgia per il futuro e l’impazienza per la nostra testimonianza!
E se la nostra testimonianza è quella di programmare una nuova vita, noi capiamo di dover esaminare i nostri comportamenti e le nostre scelte in modo critico, aiutandoci con le informazioni, che oggi sono peraltro ampiamente disponibili anche in rete, e che riguardano, innanzitutto, salute e quotidianità. L’inquinamento ambientale, la tossicità alimentare, il disagio che caratterizza le nostre giornate suggerisce di programmare un nuovo concepimento con molti mesi di anticipo, allo scopo di poter acquisire un bagaglio adeguato di conoscenze e di ottimizzare la nostra salute.

Il successo della gravidanza cambia sensibilmente nel tempo: tra i 20 ed i 40 anni della madre e comprende i seguenti parametri:Fertilità,Aborti, Rischio Down, Difetti cromosomici.
In caso di aborto è bene aspettare almeno sei mesi prima di cercare un nuovo concepimento,
mentre, in caso di gravidanza regolarmente trascorsa, è bene distanziare il successivo concepimento di almeno 18-24 mesi, allo scopo di permettere un recupero biologico completo della madre, con particolare riguardo alla funzione endocrina e immunitaria. La gravidanza successiva ad una pretermine va studiata con la massima attenzione preventiva, perché statisticamente la recidiva ricorre nel 20-30% dei casi.

La fertilità dell’uomo è influenzata da una serie numerosa di parametri: tabacco, alcol, steroidi anabolizzanti, droga, alimentazione inadeguata, diabete, ipertensione, obesità, varicocele, radiazioni e chemioterapia, infezioni sessuali, farmaci (betabloccanti, cimetidina, colchicina, corticosteroidi, ciclosporine, antibiotici, metadone, nitrofurantoina, spironolattone, sulfasalazina), metalli tossici, pesticidi, diossine. Il ciclo dello sperma, tra produzione ed eiaculazione dura 42-76 giorni;
gli spermatozoi prodotti dalle cellule di Sertoli vengono raccolti nell’epididimo, dove il loro DNA perde la capacità di autoripararsi. Con l’età si moltiplicano gli errori del DNA nelle fasi della riproduzione, per cui aumentano le possibilità di mutazioni genetiche: acondroplasia, Marfan, schizofrenia, autismo. Un questionario bio-comportamentale, che comprende la storia medica e informazioni sensibili sul comportamento ed il benessere, con particolare riguardo all’ultimo anno, consente di orientare l’analisi preventiva e la richiesta di accertamenti diagnostici e di laboratorio. Lo stesso questionario proposto anche ai nonni fornisce un utile approfondimento, soprattutto quando sono presenti patologie insorte prima dei 50 anni, quali cancro, complicanze della malattia metabolica, disturbi del comportamento. In questo caso, test di genomica preventiva su entrambi i genitori possono risultare particolarmente indicati a scopo preventivo per loro e per il nascituro, in particolare quando dovessero comparire polimorfismi in omozigosi. L’indagine medica deve includere sistematicamente la visita odontoiatrica per escludere la presenza di amalgami al mercurio e di foci attivi, che richiedono un trattamento radicale, in rapporto alla loro patogenicità cronica e multi sistemica.

Dei vari inquinanti, i metalli tossici (MT) sono tra i primi responsabili dell’inquinamento ambientale e della tossicità alimentare. Sono fattori predisponenti oppure co-fattori di qualsiasi malattia cronica ed in una elevata percentuale di casi assumono il ruolo di fattori scatenanti.
 I metalli tossici che oggi possiamo testare comunemente sono 23 e comprendono: alluminio, antimonio, arsenico, bario, bismuto, cadmio, cesio, cobalto, cromo, gadolinio, gallio, mercurio, nickel, niobio, piombo, platino, rubidio, stagno, tallio, titanio, torio, tungsteno e uranio.
Gli amalgami al mercurio costituiscono la prima causa di tossicità da mercurio della popolazione adulta; si ritiene che un adulto sopra i 40 anni abbia in media 2-4 amalgami. Una donna portatrice di amalgami scarica sul proprio feto un terzo del mercurio che produce quotidianamente, attraverso i continui contatti tra le due arcate. Attraverso il filtro placentare i metalli tossici possono provocare nel feto: effetti teratogeni, alterazione della neuro genesi con effetti sul quoziente intellettivo, coordinamento psicomotorio, iperattività, autismo, deficit immunitario. A fronte di un incomprensibile disinteresse da parte dell’autorità sanitaria e della comunità medica, la rimozione sistematica degli amalgami con tecnica protetta e la successiva detossificazione rappresentano oggi indicazioni preventive assolute.

Già a partire dal 1979, una ricerca condotta in un istituto per ritardati mentali del New Jersey dimostrava livelli di piombemia 5 volte più elevati del massimo tollerabile. Nell’arco di 40 anni l’autismo è passato da 1 caso su 2.000 ad un caso su 36 (CDC:ASD; 2016).
I MT penetrano in maniera insidiosa nel nostro organismo attraverso amalgami dentali al mercurio, vaccini contenenti mercurio e alluminio, protesi ed impianti endo-ossei, farmaci, prodotti cosmetici, alimenti, bevande, aria atmosferica, materiali di contatto, ambienti di lavoro, abiti e trasporti.
 I MT entrano nella “cassaforte” del nostro metabolismo e lo alterano profondamente, per cui la formulazione di intervalli di sicurezza è comunque sempre puramente convenzionale! Nel cervello, fegato, rene, sistema immunitario, ossa, polmoni, i MT creano reazioni localizzate di tipo infiammatorio e reazioni generalizzate, con genesi tossica e/o immunitaria, che ci predispongono ad una lunga serie di disturbi e di malattie: stress ossidativo, insulino-resistenza, ipertensione, aritmie ventricolari, bronchiti e polmoniti, asma, calcolosi, nefropatie, anemia, diarrea, affezioni infiammatorie croniche dell’intestino, epatite, sensibilità chimica multipla, sindrome della fatica cronica, fibromi algia, cefalea, disturbi dell’umore e del comportamento, psicosi, autismo e disturbi dello sviluppo e dell’apprendimento, dipendenze, sclerosi a placche, parestesie, paralisi, deficit motori, Alzheimer, Sclerosi Laterale Amiotrofica, Parkinson, ototossicità, rinite cronica, dermatite da contatto, cancro.

 Le principali vie di escrezione dei metalli sono quella renale e quella biliare-intestinale.
Gli ambienti di lavoro in cui possono verificarsi le intossicazioni da metalli sono numerosissimi
e comprendono: odontotecnica, odontoiatria, oreficeria-gioielleria, ceramica, vetreria, carrozzerie (auto, treni, aerei), reattori nucleari, rottamazione, edilizia, concerie, industria dei cappelli, industria del legno, vernici, tipografia, fotografia, litografie, radiologia, prodotti farmaceutici, erbicidi, batterie, accumulatori, nastri magnetici, estrazione e trattamento dei minerali, leghe metalliche, industria elettrica, elettronica, metalmeccanica, impianti di soda caustica, plastica, munizioni, edilizia, industria petrolifera. L’intossicazione cronica da metalli oggi interessa una larga percentuale della popolazione e le manifestazioni comprendono quadri clinici complessi, multifattoriali e multisistemici, che la medicina specialistica il più delle volte non sospetta, quanto meno nelle fasi iniziali e, a quadro conclamato, si limita necessariamente alla soppressione dei sintomi, non riconoscendone le cause. Per queste ragioni l’accertamento della eventuale intossicazione cronica da metalli deve rappresentare una delle prime attenzioni preventive in
fase di pre-concepimento. Il livello dei metalli nel sangue e nelle urine riflette l’esposizione
recente e praticamente risulta elevata solo in caso di esposizioni acute, per un periodo di poche settimane, mentre è del tutto insignificante per la valutazione della intossicazione cronica.
Il contenuto dei metalli nei capelli è in rapporto alla quantità del metallo presente nel sangue
al momento in cui il capello veniva formandosi e non riflette l’accumulo a lungo termine che
si è verificato a livello degli organi; inoltre solo determinate forme del metallo si accumulano
nel capello, come, ad esempio, avviene per il mercurio organico (pesce contaminato), ma non
per quello inorganico (vapori dall’amalgama). L’analisi delle porfirine urinarie, che nel bambino autistico risulta assai spesso alterata per accumulo in particolare di uro-, carbossi-, precopro- e copro-porfirine, consente solo una lettura indiretta. Il metodo più obiettivo e scientificamente valido per la determinazione della tossicità da metallo è rappresentato dal test di chelazione, che consiste nel confronto tra i valori di metallo tossico presente nelle urine prima e dopo la somministrazione
di un agente chelante.

La chelazione è un meccanismo chimico utilizzato nel mondo vegetale e animale attraverso il quale una molecola biologica incorpora all’interno della propria struttura un minerale, usualmente uno ione metallico. Una volta chelato, il minerale perde le sue proprietà fisiologiche o tossiche, in quanto viene sequestrato. La detossificazione da metalli oggi si avvale
di farmaci (EDTA, DMPS, DMSA e TTFD), nutrienti (glutatione, acido alfa-lipoico e N-acetilcisteina), coriandolo (erba), zeolite (minerale), clorella (alga). I protocolli di terapia chelante sono stati messi a punto attraverso un’esperienza intensa di oltre trent’anni in campo internazionale e possono essere applicati in una vasta percentuale della popolazione, a partire dai primissimi anni di vita. La detossificazione da metalli, che oggi viene praticata da poche decine di medici in campo europeo, costituisce una priorità di medicina preventiva. Quello dei metalli tossici è un “pedaggio” che non risparmia nessuno e, per contro, può essere eliminato con la somministrazione di protocolli sperimentati da anni e di pratica, immediata ed efficace applicazione.

La funzione intestinale della madre va testata con attenzione, come premessa indispensabile per
 una corretta alimentazione sua e del feto e per potenziare il sistema immunitario, che concentra nell’intestino il 70% della propria attività. La personalizzazione dell’eubiosi intestinale comprende la detossificazione da specie microbiche patogene (batteri, funghi, parassiti) e la successiva integrazione  con   probiotici, antiossidanti, omeopatici e nutrienti, come glicina, taurina e glutammina, che assistono e detossificano   la mucosa intestinale. In caso di sovrappeso della madre, il programma alimentare prevede un calo ponderale di circa 3-4 kg al mese; in caso di sottopeso un aumento di 500-750 calorie quotidiane consente un incremento di 500g nell’arco
di 7-10 giorni.

Il concepimento
va cercato solo dopo aver raggiunto un peso corretto, con BMI compreso tra 19
e 24. Il sovrappeso predispone a: diabete gestazionale, pre-eclampsia, spina bifida, e resistenza insulinica del bambino a partire dai primi anni. Il sottopeso predispone a prematurità, ritardo dello sviluppo e deficit immunitario. In relazione agli esami di laboratorio occorre formulare un’integrazione con multivitaminici, minerali ed antiossidanti, per ottimizzare le condizioni di salute e correggere eventuali deficit, peraltro molto comuni, con particolare riguardo a ferro,
zinco, rame, complesso vitaminico B, glutatione, vitamina D, omega 3 (DHA ed EPA).

Le indicazioni nutrizionali oggi beneficiano di un’informazione davvero molto ricca, che si è formata soprattutto a partire dagli anni ’80 in settori diversi e distanti: dalla dieta degli astronauti a quella delle discipline sportive, dall’autismo alla sensibilità chimica multipla, alle intolleranze alimentari. Da queste esperienze sono nate indicazioni convergenti che ci portano a ridurre fortemente o ad escludere una serie di alimenti che fanno parte della nostra tradizione, come il glutine, il latte di origine animale ed i formaggi, la soia e lo zucchero, i pesci di grossa taglia (tonno, pesce spada), i molluschi e i crostacei, la carne ed il pesce affumicato, la carne ed il pesce crudo, gli insaccati e le frattaglie. Si raccomanda inoltre di ridurre l’assunzione di grassi saturi contenuti nel burro e nelle carni rosse, che oggi possono contenere diossina, alimenti ad alto indice glicemico, come i dolci, il pane, il riso bianco, allo scopo di mantenere costante la insulinemia nell’arco della giornata e impedire lo sviluppo di una resistenza all’insulina ed alla leptina, che predispongono alla comparsa di sovrappeso ed obesità, già a partire dai 10 anni di vita. Ricordiamo che il pancreas del feto inizia a produrre insulina a partire dalla decima settimana. Vanno certamente esclusi: alcol, condimenti industriali, grassi idrogenati, bevande gassate, fast food. Si raccomanda un apporto proteico costante equivalente a 0,8-1g/kg peso e l’assunzione di grandi quantità di verdura e di frutta, che forniscono la maggior parte di vitamine, minerali e fibra. In condizioni fisiologiche l’assunzione di 400 mcg di acido folico è sufficiente e va iniziata precocemente e testata assieme alla vitamina B12 alcune settimane prima del concepimento. Alimenti che vanno raccomandati comprendono: legumi, uova, noci, mandorle e semi, olio di oliva, cereali integrali senza glutine, pesce azzurro e frutta.

 I nutrienti che l’intestino seleziona e versa nel circolo linfatico e nel sangue forniscono l’energia, assistono il continuo ricambio dei tessuti, modulano l’espressione genica e l’attività mentale.
In altre parole vengono a far parte della nostra identità biologica ed energetica. Il feto è totalmente dipendente dalla nutrizione materna, che avviene attraverso la placenta, per cui possiamo affermare che noi siamo quello che nostra madre ha mangiato prima del nostro concepimento e durante la gravidanza e l’allattamento!
 L’alimentazione occidentale, inquinata da pesticidi, anticrittogamici, metalli tossici, dominata da alimenti provenienti da animali stabulati e da alimenti processati con metodo industriale, è causa primaria di malattia al nord come al sud del pianeta e di degrado ambientale. La nuova impresa nel settore dell’alimentazione è chiamata a superare questo paradosso e pertanto deve scegliere se entrare nei percorsi della “produzione per la produzione” offerti dal mercato tradizionale o rispondere alla domanda di salute, partendo dalle conoscenze maturate in questi ultimi 40 anni nel settore della nutrizione molecolare e della medicina funzionale. In questa prospettiva, la agricoltura biologica, la moderna Scienza della Alimentazione, la Probiotica, la Fitofarmacologia e la Gastronomia possono costituire una formidabile alleanza, per rifondare il nostro legame con l’ambiente e la quotidianità, attraverso la diffusione di prodotti, di servizi e di comportamenti alimentari coerenti con il grande progetto biologico dell’evoluzione.

Il benessere e la serenità della madre costituiscono il terzo fattore essenziale per il successo della gravidanza. Lo stress cronico è responsabile di aborto, difetti congeniti, pre-eclampsia, prematurità e sottopeso. Occorre ricordare che il 12% delle gravidanze avviene pretermine (oltre tre settimane in anticipo) ed è responsabile dei due terzi delle morti in periodo neonatale. Lo stress stimola la placenta a produrre CRH(Corticotropin Relasing Hormone), un ormone che partecipa all’avvio del parto, peraltro sollecitato anche dalla riduzione della vascolarizzazione della placenta prodotta dal cortisolo. Lo stress cronico, attraverso la produzione di cortisolo, induce una caduta delle difese immunitarie, che espongono la madre a rischi di infezioni e di malattie, accresciuti dal possibile, frequente ricorso a comportamenti di compenso emotivo, quali il fumo, l’alcol, l’alimentazione disordinata, la droga. L’ippocampo, l’amigdala e la corteccia prefrontale del feto sono particolarmente sensibili al cortisolo e una gravidanza stressata produce, in una elevata
percentuale di casi: a) in età infantile: disturbi dello sviluppo, quali autismo, iperattività,
disturbi di apprendimento, ritardo mentale; b) nell’adulto: disturbi comportamentali, diabete, obesità, cardiopatia, ipertensione. Il benessere e la serenità della madre vanno dunque
ricercati e “assicurati” per tempo attraverso interventi diretti alla organizzazione famigliare,
alla condivisione con il partner di un progetto di vita comune, al training di preparazione
 al parto, alla soddisfazione in ambiente di lavoro, all’acquisizione di una informazione aggiornata sulla gravidanza, il parto ed i primi tre anni di vita.

La prevenzione delle infezioni e degli stati infiammatori è il quarto fattore essenziale che occorre assicurare attraverso una prevenzione tempestiva e personalizzata. Le infezioni sono responsabili di numerose complicanze, quali aborto, morte endouterina, ritardo della crescita, prematurità e difetti congeniti. Cause frequenti comprendono: toxoplasmosi, rosolia, citomegalovirus, herpes, sifilide, varicella, gonorrea, clamidia, epatite B, vaginosi batterica, tricomoniasi, uretriti, micosi, infezioni del periodonto. Un terzo dei bambini nati da madre HIV positiva risultano positivi. La difesa dalla tossicità ambientale è il quinto fattore essenziale.

L’uomo non potrà mai controllare e pilotare il divenire mutevole e imponderabile della biosfera,
di cui la sua stessa mente fa parte. Ciascun essere vivente, con i suoi meccanismi di autoregolazione, ha un preciso collocamento nell’architettura del tutto. Nulla è inutile, tutte le specie collaborano a mantenere l’equilibrio globale. È una complementarità naturale stupefacente. La complessità in natura è fattore di stabilità in quanto aumenta la capacità di smorzare le fluttuazioni, elevando la soglia critica oltre cui una perturbazione può divenire fatale al sistema. Diversamente dall’ordine naturale, quello tecnologico è istituito e mantenuto a prezzo di un eccesso di entropia, della materia e della bioinformazione. Ne sono esempio le megalopoli e i grandi concentramenti industriali, che sono macro testimonianze dell’imprinting antibiologico della nostra cultura.

Occorre tornare a un’agricoltura estensiva naturale, alla valorizzazione del legno e delle fibre vegetali, recuperare il valore e l’equilibrio delle comunità rurali. La tecnologia può permetterci
di conquistare   la luna, non di  sostituire la natura   nel   mantenimento della   vita sulla terra.
Non c’ è contraddizione tra la potenza dimostrata dall’uomo in un campo e l’impotenza nell’altro. La prima è dovuta alla prevedibilità matematica dei risultati sul piano della fisica, la seconda all’insuperabile imprevedibilità delle interazioni biologiche. Due piani collegati nella realtà,
ma destinati a rimanere assolutamente distinti. È possibile ridurre l’entropia planetaria generata dall’uomo solo a patto di contrarre al minimo ogni attività industriale e aumentare il flusso di entropia negativa nell’ecosfera, attraverso l’estensione massiva delle superfici fotosintetiche,
la rotazione e associazione delle colture, così da convertire in ogni stagione la massima parte di energia solare in sostanza vivente. Lo sviluppo prenatale è un moltiplicarsi tumultuoso di attività cellulari, un continuo susseguirsi di fasi, sotto l’influenza di molecole ed energie, che provengono dal mondo esterno, fatto di nutrienti, ormoni, suoni, vibrazioni, movimenti, silenzi, luci ed ombre…

Il futuro ed il successo della ricerca biologica e medica è affidato in massima parte alla capacità di approfondire il percorso dei primi nove mesi, che occorre saper leggere ed interpretare, come uno spartito musicale, per note, intervalli, sequenze, temi ed originalità, secondo un “diapason” rappresentato dall’amnios, che filtra e trasmette vibrazioni e suoni, vitali per lo sviluppo del feto, ricordando che la sorte dell’uomo è legata soltanto al capitale biologico del pianeta: non dipende dalla quantità di energia e di risorse abiotiche di cui egli potrà disporre, ma da quella che l’omeostasi della biosfera e del suo organismo gli consentiranno di degradare.

I razionalisti sono coloro che vedono quello che credono, mentre gli empiristi sono coloro che credono quello che vedono. Il ricercatore, invece, è chi sa mantenere aperta la finestra tra la propria conoscenza e l’esperienza, con la consapevolezza di essere egli stesso parte di un esperimento continuo. In altre parole, il mondo indagato e la propria identità sono contenuti entrambi all’interno della scatola nera, che l’esperimento cerca di interpretare, analizzando i segnali che da essa provengono e sono via via percepiti e ricordati.

 L’esperienza famigliare per chiunque si occupi di autismo, sia come genitore che come medico,
è la quotidiana scoperta della natura biologica della nostra mente, per cui il comportamento è continuamente modulato da molecole ed energie di provenienza ambientale, alimentare, intestinale, farmacologica, metabolica e da memorie, che si sono formate in una fase precoce del nostro sviluppo! Negli ultimi 20 anni l’incidenza dell’autismo è passata da 1 caso su 2.000 ad un caso su 36 (CDC: marzo 2016), per cui oggi ci troviamo a dover fronteggiare una vera pandemia sostenuta da vaccinazioni di massa, antibiotici, metalli tossici, inquinanti ambientali ed alimentari, che colpiscono soggetti con fragilità genomiche (SNPs). È una modulazione epigenetica negativa che condiziona lo sviluppo e lo stato di salute del bambino già in fase prenatale.
 Le principali conseguenze dell’incontro tra predisposizione genetica e fattori ambientali nel bambino autistico, comprendono: disbiosi intestinale, intolleranze alimentari, mal digestione e malassorbimento, aumento della permeabilità intestinale, accumulo di metalli tossici, stress ossidativo, depressione immunitaria, che è caratterizzata da uno stato infiammatorio cronico dell’intestino e dell’encefalo. La modulazione e la sinergia del timing elettrico e di quello biochimico caratterizzano la complessità e la ricchezza della espressione nervosa, che si
 manifesta attraverso i processi della percezione, trasmissione dell’impulso nervoso,
 coordinamento e memoria. Occorre riflettere che il cervello non possiede alcun serbatoio di energia, come ad esempio il fegato (glicogeno) ed il tessuto adiposo (trigliceridi) ed opera in relazione alla disponibilità immediata di ossigeno e glucosio. Per l’encefalo il fattore temporale è decisivo. Le diverse fasi dello sviluppo sono caratterizzate dalla intensità, ridondanza, tumultuosità dei processi che caratterizzano il progressivo realizzarsi delle mappe funzionali e da un timing che ne scandisce la definizione e caratterizza la nostra individualità percettiva, che tanta parte ha nel modulare priorità, motivazioni, comportamenti durante tutte le fasi della nostra crescita.

In campo internazionale la comunità medica sostiene che l’autismo è una psicosi o una disabilità su base genetica, per la quale si possono tentare solo rimedi sintomatici, allo scopo di ridurre i disturbi e migliorare la convivenza mediante psicoterapia, psicofarmaci e case protette.

Chi ritiene che ciascuna malattia abbia una causa separata e che ciascuna causa produca una malattia separata ha difficoltà a riconoscere che un’alterata sensibilità nei confronti del glutine possa figurare come concausa in: cefalea, fatica cronica, depressione, sottopeso, diarrea, stipsi, mal digestione, infiammazione intestinale, epilessia, iperattività osteoporosi, infertilità, linfoma intestinale, diabete, problemi tiroidei, schizofrenia, disturbi della motricità, autismo, dermatite erpetiforme…La maggioranza degli psicologi, medici, insegnanti, genitori, parenti, rigetta l’idea che alimenti come il pane e gli spaghetti possono farti perdere la testa. Non sembra ragionevole! Così pane e spaghetti scatenano ed alimentano un lungo elenco di argomenti negativi, accuse di abuso di minori, di esperimenti medici azzardati e poi urla, odii, frustrazioni, divorzi…
Le affezioni croniche, come nel caso dell’autismo, sono necessariamente multifattoriali e pertanto richiedono un approccio sistematico e multidisciplinare(
Sidney Baker).

Queste considerazioni costituiscono il fondamento dell’approccio molecolare e funzionale e, unite ad un concreto pragmatismo clinico e multidisciplinare, consentono di procedere nella ricerca delle cause e nella cura del bambino autistico, al riparo da interpretazioni statistiche e di classificazioni di malattia, che non sanno leggere la specificità biologica e comportamentale dell’individuo, vero obiettivo dell’indagine medica. Se un bambino ritenuto incurabile recupera l’uso della parola e la capacità di apprendere e di relazionarsi dopo alcuni mesi di cure mediche ed il rispetto di una dieta, significa che quelle cure mediche e quella dieta possono giovare ad una popolazione vastissima, perché una popolazione vastissima presenta disturbi intestinali, immunitari, emotivi, comportamentali evidenti e quotidiani, che rimangono incarcerati a causa di convenzioni tramandate, che oggi si dimostrano non più attuali e dannosamente inutili. Significa anche che quella medicina che giudica incurabile il bambino autistico, deve attentamente interrogarsi sulle ragioni di questo suo ritardo e sui fondamenti del suo approccio alla salute.
Così, l’esperienza dell’autismo ci coinvolge ogni giorno e ci impone una riflessione critica nei confronti dei nostri riferimenti e delle nostre priorità, con la forza di una evidenza nuova e continuamente sperimentabile.

Nuove evidenze! Che proiettano nella nostra esperienza quotidiana un dubbio acuto nei confronti di molti criteri e principi derivati dalla tradizione umanistica e giuridica. In altre parole, se troviamo assurdo giudicare “immorale” il comportamento di un bambino autistico, perché ci rendiamo conto che esso è secondario a disturbi di tipo organico, quali una disbiosi intestinale, un blocco enzimatico metabolico od una encefalite, per lo stesso motivo possiamo cominciare a dubitare delle nostre categorie di giudizio nei confronti del comportamento disturbato dell’adulto, sospettando che anche in questo caso possa trattarsi di manifestazioni e non di cause Dalla ricerca e dalla cura medica del bambino autistico nasce dunque una nuova capacità di interpretare la nostra salute e la proposta per la costituzione d un movimento, che esprima competenze biologiche, umanistiche, giuridiche, politiche e che sappia porre la salute dell’individuo al centro del cambiamento, attraverso un PROGETTO DI ALFABETIZZAZIONE BIOLOGICA DELLA VITA QUOTIDIANA.
 

Mark Rimland, La casa nei campi:IMMAGINE

RELAZIONI

L’arte di un grande quadro non sta né nelle singole idee, né in una moltitudine di accorgimenti individuali per disporre tutti quei puntini di pigmento, bensì nella grande rete delle relazioni tra le sue parti. (Marvin Minski).

Il bilancio impossibile della sanità nei paesi industrializzati rappresenta uno dei principali nodi politici della nostra società. L’equivoco che non è stato ancora chiarito e che trascina politici, sociologi, medici e pazienti a tentare soluzioni complesse, intelligenti, articolate quanto inefficaci,
è che l’argomento sanità può essere affrontato correttamente solo se ci si rende conto che la salute è il bene primario dell’individuo e della comunità, in quanto contiene la nostra identità biologica e comportamentale e quindi la si pone al centro dell’attenzione sociale e politica. Per contro la malattia è molto spesso la conseguenza necessaria di una serie di “comportamenti errati”, che si sono ripetuti cronicamente per anni. Curare la malattia non significa necessariamente guarire. Guarire è innanzitutto un progetto che parte dalla consapevolezza della inscindibilità di mente e corpo e da una assunzione di responsabilità, secondo la quale tutto quello che ci capita può essere migliorato. L’inquadramento della malattia deve avvenire all’interno di una valutazione comprensiva della individualità biologica e della capacità di salute da parte del soggetto,
“diagnosi della salute”, finalizzata alla formulazione di un concreto e positivo progetto di cambiamento delle scelte comportamentali. L’acquisizione di questa nuova prospettiva non può essere confinata esclusivamente in ambito scientifico. Per affermarsi ha bisogno di creare modelli propositivi, che coinvolgano competenze scientifiche, mediche, industriali, imprenditoriali, politiche.

Le difficoltà ed i ritardi della medicina e della sanità in Europa, in particolare nel nostro Paese, dipendono da due cause principali:
a) il settore è gestito con gli strumenti di una cultura assistenziale non più attuale. Il passaggio ad una cultura d’impresa è il momento chiave per lo sviluppo di tutto il progetto sanitario. Il termine solidarietà è intrinseco all’argomento salute e come tale suggerisce priorità e relazioni, che vanno comunque interpretate con gli strumenti propri della cultura d’impresa. D’altra parte, se è vero che lo scopo dell’impresa è creare utilità e benessere, quale migliore occasione di questa?!
b)La medicina specialistica si è trasformata nella terapia d’organo e di tessuto, dimenticando le priorità dettate dall’evoluzione, che pone al primo posto il dialogo fra sistema nervoso, immunitario ed endocrino, dialogo dal quale dipende il comportamento consapevole e inconscio e quindi la storia di ciascuno di noi.

Un patrimonio inestimabile di conoscenze sviluppate in questi ultimi quarant’anni attende di essere integrato all’interno di centri medici dedicati all’uomo ed alla sua quotidianità. La prima attenzione nei confronti del paziente è la promozione della cultura della salute, secondo i parametri: nutrizione, educazione, performance, longevità. La demedicalizzazione della salute rappresenta solo una fase di questo movimento di opinione, cui va affiancato il momento propositivo, il cui fine è la formazione della persona, quale interprete e operatore della propria condizione di salute. Scompare l’aura taumaturgica del medico, sostituita dall’immagine di una impresa a tutto campo dedicata al bene primario della comunità. È il dialogo con la gente che continuamente si rinnova e traccia le linee per lo sviluppo, il vero motore di questa nuova impresa. L’errore strategico dell’industria sanitaria è stato ed è tuttora quello di interpretare come primo interlocutore la comunità medica invece del paziente, che in questi ultimi trent’anni ha dimostrato di essere il destinatario e prima ancora il promotore dell’innovazione e dello sviluppo, in rapporto ad una crescente ricerca di emancipazione dalla dipendenza fisica ed emotiva. È la centralità del paziente e delle sue esperienze quotidiane l’elemento catalizzatore per la integrazione delle varie discipline e specialità mediche. Nutrizione, sonno, movimento, apprendimento, comunicazione, sesso, longevità sono gli indicatori che costituiscono il filtro per la valutazione complessiva del paziente e prima ancora di ogni operatore sanitario. L’obiettivo finale è rappresentato dal positivo cambiamento delle scelte comportamentali del paziente, per cui le indicazioni tecniche “obiettive” vanno affidate ad una comunicazione confidente ed empatica da parte di operatori, che le hanno assimilate personalmente. In questa relazione la forza del messaggio è infatti distribuita tra competenza scientifica e trasparenza dell’operatore nei confronti delle proposte presentate.

L’attuale domanda di salute e di cure sanitarie può essere così sintetizzata: – centralità del tema salute nella scala dei valori della famiglia; – aumento di interesse per le questioni che riguardano gli aspetti psicologici e relazionali collegati alle tematiche della salute;  maggiore ricorso a pratiche preventive ed alle medicine alternative; crescente domanda di sofisticate innovazioni tecnologiche; – costante richiesta di personalizzazione dei servizi; atteggiamento più critico nei confronti del medico e delle terapie prescritte;  abituale ricorso alla seconda opinione.

 Ma l’altro medico che è uomo libero, cura gli uomini liberi e cerca molto più lontano. Egli tenta di trovare la natura del male, parla con il malato ed i suoi amici, cerca di ottenere tutte le informazioni utili dal suo paziente, e non prescrive alcun trattamento prima di averlo convinto della sua utilità. Infine, quando sotto la sua influenza ha condotto il malato sulla strada della salute, intraprende solo allora un’azione curativa (Lo straniero ateniese, Platone).

 In realtà, gli interrogativi che noi ci poniamo sulla salute, ogni giorno con maggior insistenza, sono gli stessi che riguardano la nostra identità e la qualità della nostra esistenza. Questo è il motivo fondamentale, per cui la risposta dello specialista non ci basta più e sentiamo l’esigenza di ottenere un secondo parere che possa aiutarci ad interpretare il nostro stato di salute all’interno di un contesto, che comprenda la nostra quotidianità e l’ambiente in cui viviamo. Siamo infatti consapevoli che, nella maggioranza dei casi, lo stato di salute è influenzato innanzi tutto dalle nostre abitudini e che la cura proposta dal medico può trasformarsi in guarigione, solo se noi saremo in grado di operare un positivo cambiamento del nostro stile di vita. La ricerca di una informazione adeguata comporta molto spesso un iter che non è mai lineare ed è seminato di difficoltà, costi elevati, disagi, incerte attese, frequenti delusioni. In questo mutato quadro sociale, la prima esigenza è dunque rappresentata dalla acquisizione di una informazione, che ci aiuti nella scelta dei percorsi diagnostici e terapeutici e stimoli in noi l’analisi critica delle varie soluzioni. La domanda di salute da parte della popolazione, le esigenze di efficacia e di efficienza del mondo sanitario, le conoscenze ultraspecialistiche maturate negli ambienti scientifici ed infine le opportunità offerte dalle reti informatiche e telematiche promuovono la medicina funzionale, come strumento di superamento e di innovazione nei confronti della medicina specialistica.
Il cambiamento potrà avere inizio quando l’impresa sarà stata capace di recepire la lezione di Darwin e di interpretare quindi la salute come il principale motore della comunità: dalla legge del profitto, fondata sulla storia della società e sulla convenzione sociale, alla legge biologica, fondata sulla storia della evoluzione e sul pensiero biologico. Il settore della malattia è una frazione del grande tema della vita sul nostro pianeta e noi oggi sappiamo che la malattia nasce, il più delle volte, non da una causa naturale, ma viene prodotta dalla ignoranza e dall’uso disordinato di strumenti per noi vitali, quali l’alimentazione, il movimento, l’apprendimento, la comunicazione. Le nostre storie sono in gran parte prodotti del caso: ambiente, attitudini, educazione, apprendimento e incontri si intrecciano e definiscono quella struttura neuro-comportamentale che ci caratterizza e che rimane in gran parte inesplorata per tutta la nostra esistenza.

Oggi per la prima volta abbiamo l’opportunità di formulare comportamenti di salute come progetti di sviluppo dedicati all’uomo. In un’epoca come la nostra, caratterizzata dalla emergenza e dal degrado a molti e vari livelli, ma anche dalla straordinaria disponibilità di mezzi e di conoscenze, sentiamo di dover allargare la nostra ricerca oltre le motivazioni ed i temi delle singole professioni, per creare una risposta forte e coerente a quella domanda di salute e di benessere che vive in ciascuno di noi una consapevole priorità. Le antiche medicine tradizionali, pur con profonde differenze, condividono un approccio comune, secondo il quale la malattia nasce da un problema di equilibrio e di relazioni interrotte e deriva da una disarmonia tra la persona e il suo ambiente, molto più che dall’azione di specifici agenti esterni. Per queste medicine la malattia esiste solo nella sua relazione con la persona malata e non ha una sua realtà indipendente. Uno degli obiettivi della medicina tradizionale è di ristabilire e rinforzare i legami tra la persona malata ed il suo clan e l’abilità del medico consiste quindi nel portare lo straordinario potere della comunità all’interno dell’arena terapeutica. La medicina ippocratica, sviluppata in Alessandria nel III secolo a.C., riteneva che la malattia fosse il risultato di uno squilibrio fra gli umori, attribuiva la massima importanza alla osservazione clinica dettagliata, mostrava una chiara avversione per ogni forma di superstizione e di dogma ed era dedicata alla messa a punto di tecniche di guarigione che operassero di concerto con le forze della natura, restituendo al corpo la naturale armonia delle sue funzioni
 Il medico ippocratico era concentrato non sulla malattia in sé, ma sul paziente come un tutto e quindi sulla sua dieta (diaita), che comprendeva la nutrizione, il riposo, l’esercizio, le funzioni intestinali e la qualità della pulizia. Particolare attenzione veniva dedicata all’abitazione, ai venti cui il paziente era esposto, alla vicinanza del mare, dei fiumi, delle paludi.
Rudolf Virchow (1821-1902) con grande sensibilità affermava l’importanza della condizione sociale del paziente: “La medicina è una scienza sociale. Non ci rendiamo conto che le epidemie nascono sempre da deficienze della società? Le malattie non hanno un’esistenza isolata o indipendente. Non sono organismi autonomi o esseri che invadono il corpo o parassiti che crescono su di esso. Esse sono solo la manifestazione di processi vitali in condizioni alterate. La terapia non deve confrontarsi con le malattie, ma con specifiche condizioni generali. Noi abbiamo a che fare sempre con alterazioni che riguardano le circostanze della vita”. Luigi Pasteur, in opposizione alla teoria dominante, sosteneva il ruolo fondamentale del “terreno” nei confronti dell’azione microbica. Nel corso di una presentazione all’Accademia di Francia, 1878, mostrò la diversa evoluzione di un’infezione da bacillus antracis (carbonchio) in un pollo che era stato stressato da una bassa temperatura prima dell’infezione ed in un altro mantenuto ad una temperatura normale. Il primo animale era morto e il secondo aveva superato l’infezione. Negli Stati Uniti nella seconda metà dell’800 si ebbe un grande fiorire di medicine alternative: chiropratica, osteopatia, omeopatia. Nel 1900 si contavano 22 collegi di medicina omeopatica e 15.000 praticanti omeopati che rappresentavano 1/6 della professione medica. Si contavano anche 7.000 donne medico, che in Boston e Minneapolis costituivano circa il 20% della comunità medica.

Tra il 1906 e il 1910 l’Associazione Medica Americana e la Fondazione Carnegie promulgarono il rapporto Flexner, che promosse lo sviluppo della medicina specialistica a scapito di quella generale e la privatizzazione di buona parte della sanità statunitense. Nei primi anni ‘70 una ventata di nuove iniziative sembrò cambiare il corso della medicina. Le inquietudini sociali degli anni ‘60 avevano creato una nuova coscienza dei diritti. Ogni persona aveva diritto alla salute; le comunità avevano diritto ad un controllo sull’amministrazione degli ospedali; i pazienti avevano diritto alla privacy, al consenso informato, a rifiutare il trattamento medico, a vedere le cartelle, a partecipare alle decisioni terapeutiche. La crescita di tecnologie che prolungano la vita, come la respirazione artificiale e la dialisi, hanno creato nuovi interrogativi etici, che non possono essere risolti unicamente dai medici. Il movimento femminile ha messo in crisi il paternalismo dell’assistenza medica e molti pregiudizi nei confronti delle donne.

È stato dimostrato che il cancro e le malattie cardiache non sono lo sbocco inevitabile di un aumento della vita media, ma entrambi rappresentano condizioni prevedibili legate all’ambiente, alla dieta, alle scelte comportamentali. Educatori, esperti di statistica, psicologi, antropologi analizzano l’industria sanitaria attraverso nuove ottiche e sottolineano il fatto che il paziente non è un semplice portatore di malattia, ma un individuo che si ammala all’interno di un contesto sociale, culturale e demografico. Oggi noi sappiamo che la grande variabilità individuale espressa dal paziente può essere meglio compresa esaminando, assieme al decorso della malattia, la nutrizione, le condizioni fisiche e lo stress psicosociale. Un fattore che emerge in tutta la sua importanza è il ruolo del medico come modello di comportamento. In altre parole, si comprende che l’esperienza della propria soggettività all’interno di un progetto dedicato alla salute ed al benessere, rappresenta una insostituibile competenza da parte del medico e si traduce in uno strumento di straordinaria efficacia nell’incontro con il paziente.

La transizione dalla ricetta al programma, finalizzato ad un positivo cambiamento delle scelte comportamentali, rappresenta uno dei contributi più importanti ed efficaci della moderna medicina, ma certamente anche uno dei più impegnativi. Contrariamente a quanto potrebbe intendersi, l’esperienza soggettiva di un programma di salute personalizzato prevede un impegno costante a formulare scelte comportamentali, che necessariamente variano in rapporto alle condizioni della vita privata e professionale, in rapporto alle condizioni ambientali, alle stagioni, agli imprevisti dell’esperienza quotidiana. L’efficacia della trasmissione dei messaggi e prima ancora la capacità di ascolto da parte del medico sono affidate a percorsi ed esperienze, che il medico deve aver svolto e maturato a livello personale. Nonostante gli sforzi ed i traguardi della scienza e della tecnologia, il medico ed il paziente rimangono intrinsecamente partners nella soggettività e l’ascolto empatico rimane ancora lo strumento diagnostico più importante per il medico.

La mutualità del rapporto è caratterizzata dall’alternarsi dei ruoli, per cui il paziente svolge anche un ruolo di insegnante, nel momento in cui il medico confronta le sue indicazioni e la eventuale terapia con i risultati ottenuti e con le scelte operate dal paziente. Le discrepanze fra ciò che il medico vede (illness) e ciò che il paziente sente (sickness) sono frequentissime, perché il non sentirsi bene non è causato tanto dalla malattia in sé, ma da un insieme di funzioni disturbate, che coinvolgono parametri fisiologici, psicologici e certamente dimensioni culturali. Nella diagnosi centrata sul paziente, i fattori antecedenti, i mediatori ed i fattori scatenanti costituiscono il nucleo centrale dell’indagine clinica, ugualmente coinvolgendo la dimensione psicologica e quella biologica. Occorre innanzitutto comprendere che ciò che appare come malattia non esiste come entità a se stante e consiste piuttosto in un insieme di segni, sintomi, comportamenti e patologie tissutali, che si manifestano in un determinato individuo. Il non sentirsi bene contiene sempre una seconda dimensione rappresentata dalla paura di una perdita: della vita, della identità, della indipendenza, delle relazioni umane, della speranza per il futuro. La sofferenza è dunque sempre mediata in qualche modo anche dalla paura, dai pensieri e dalle credenze, con cui noi valutiamo ed esprimiamo il fatto di essere ammalati. Questi mediatori cognitivi modulano gli stessi sintomi. La stima in se stessi è un mediatore cognitivo opposto alla paura. Mediatori biochimici sono neuromodulatori, ormoni, prostanoidi, radicali liberi, citochine. La caratteristica principale di questi mediatori chimici è la mancanza della loro specificità. Infatti ciascuno di essi è implicato in numerose, differenti malattie apparentemente non correlate e, d’altra parte, ciascuna malattia coinvolge mediatori chimici multipli nella sua formazione. Il mediatore responsabile nella maggioranza dei casi della febbre è una citochina, l’interleuchina 1. Viene prodotta dalle cellule del tessuto connettivo e dai monociti in risposta ad una infezione o ad un trauma. L’interleuchina 1 induce numerosi sintomi che noi comunemente riferiamo ad un’infezione o ad un trauma quali: dolore, perdita di appetito, letargia e depressione. L’interleuchina 1 stimola sia il sistema immunitario che la ghiandola surrenale; causa inoltre ipoglicemia, osteoporosi e ridotta funzione tiroidea. Un aumento improvviso dell’attività dell’interleuchina 1 può causare un aumento della coagulabilità intravascolare; una iperproduzione prolungata nel tempo è presente in numerose affezioni croniche quali: artrite, colite ed asma. Può accelerare lo sviluppo di AIDS in soggetti infettati con virus HIV. È stato recentemente dimostrato che questa citochina è implicata nel processo di arteriosclerosi, endometriosi e osteoporosi. I mediatori d’altra parte non lavorano mai da soli e sono organizzati in complesse sequenze e circuiti finalizzati al mantenimento della stabilità. La cascata di mediatori che viene attivata durante la febbre include, oltre alla interleuchina 1, anche la prostaglandina E ed il fattore di necrosi tumorale. Le citochine e i prostanoidi fanno parte di una famiglia di “segnali” usati dalle cellule per dialogare con quelle adiacenti; in altre parole pongono in relazione la cellula con l’ambiente immediatamente vicino. Quando la loro attività non è regolata correttamente, la risposta cellulare che essi inducono può contribuire all’arteriosclerosi ed al cancro. I neurotrasmettitori e gli ormoni dello stress, quali adrenalina, cortisone, serotonina, beta-endorfina, sostanza P, sono altrettanti mediatori chimici. Neurotrasmettitori, ormoni, citochine, prostanoidi costituiscono dunque le frasi di un dialogo ininterrotto, che avviene fra le varie cellule.

 L’ossido di azoto è prodotto dalle cellule che tappezzano i vasi sanguigni, endoteli. La sua azione consiste nel rilasciare i muscoli della parete vasale, dilatare le arterie e quindi migliorare il flusso sanguigno. L’ossido di azoto è stato trovato nel cervello, dove svolge un ruolo di neurotrasmettitore e sembra implicato nella sedimentazione della memoria. Nello stomaco l’ossido di azoto protegge la mucosa dagli effetti dell’acido cloridrico e nel pancreas stimola la liberazione di insulina, mentre i leucociti lo sintetizzano per uccidere i microbi e le cellule tumorali. Per contro una produzione eccessiva di ossido di azoto risulta estremamente tossica. Si ritiene che nel diabete giovanile sia questa sostanza a distruggere il pancreas. L’ossido di azoto è dunque un classico mediatore: è multifunzionale e partecipa alla formazione di numerose funzioni non correlate. La sua attività di base risulta inoltre modulata dall’alimentazione, in quanto la sua sintesi avviene a partire dalla arginina, che si trova in numerosi alimenti quali: noci, fagioli e numerosi vegetali. Le comuni attività quotidiane, dieta, esercizio, vita all’aria aperta, interazione sociale, pensieri, modificano i livelli dei mediatori chimici, come d’altra parte l’età, il sesso, la fase del ciclo mestruale, la stagione, l’ora del giorno. Il cancro al seno cresce molto più rapidamente in primavera che in autunno e la chirurgia viene indicata fra la II e la III settimana a partire dal primo giorno di mestruazione. Gli attacchi di asma compaiono tipicamente di notte, perché i livelli di adrenalina sono più bassi e gli infarti fatali compaiono nelle prime ore del mattino, perché il sangue in quelle ore presenta la maggiore tendenza alla coagulazione (aggregabilità piastrinica). L’aggregabilità piastrinica aumenta anche dopo un pasto ricco di grassi saturi, con il fumo di sigaretta, con una arrabbiatura e diminuisce in rapporto ad un’alimentazione ricca di pesce, verdure, aglio ed esercizio fisico. Certamente le piastrine rappresentano un importante legame tra vita emotiva e condizione delle coronarie. Gli agenti scatenanti sono in rapporto più con l’individuo che con la malattia in
sé e comprendono: traumi, esercizio fisico, infezione, farmaci, tossine, allergeni, alimenti, pensieri, immagini, memorie, abitudini, interazioni sociali. Un compito delicato del medico è quello di individuare le principali cause scatenanti e sviluppare assieme al paziente opportune strategie per eliminarle o ridurne la virulenza.

Per cercare di individuare le cause scatenanti è indispensabile ascoltare con grande attenzione la descrizione del paziente, ricordare che le affezioni croniche sono caratterizzate da cause scatenanti multiple, che uno stesso sintomo può avere in pazienti diversi diverse cause scatenanti e che una stessa causa scatenante può manifestarsi con sintomi diversi in diversi pazienti. Ciascuno di noi è colonizzato da oltre 100.000 miliardi di batteri distribuiti sulla superficie della cute e dell’apparato digerente, respiratorio, genitale. Lo sviluppo di funghi, per lo più a livello intestinale o genitale, si manifesta quando l’ecologia della nostra flora batterica viene alterata, come succede in seguito alla somministrazione di antibiotici. In questi casi si dice che l’antibiotico rappresenta la causa precipitante, ad esempio, dell’infezione fungina. I fattori precipitanti possono essere rappresentati anche da un forte stress emotivo.

Il diabete infantile, l’ipertiroidismo, l’appendicite, la cefalea cronica, alcune affezioni intrauterine dei primi tre mesi possono essere tutte in rapporto a stress emotivi. La diatesi comprende quell’insieme di fattori che coesistevano prima della comparsa della malattia e che hanno contribuito alla sua evoluzione. Possono essere congeniti o legati allo sviluppo. Il dr. Jeffrey Fessel, Stanford University, sostiene che nella maggioranza dei casi la malattia non è la inevitabile conseguenza di un singolo evento che si verifica, ma il risultato probabilistico di molti avvenimenti, che convergono sull’organismo in tempi diversi, ciascuno producendo una propria sequenza di reazioni biologiche. La somma di questi avvenimenti produce un disagio sufficiente a generare lo stato di malattia. Anche quando la conclusione è la stessa, ciascuna affezione ha un percorso personale, per cui possiamo dire che ogni malattia è alimentata da numerose malattie o forse più semplicemente che non esistono le malattie, ma semplicemente le persone malate. L’impegno a cercare, individuare e accettare l’unicità di ciascun paziente definisce l’arte della medicina. La capacità di includere nel processo diagnostico una completa ispezione della diatesi aiuta il medico a sviluppare un trattamento centrato sul paziente e non sulla malattia. In uno studio svolto a Copenaghen è stato provato che, chi contrae il morbillo durante l’infanzia con un forte e tipico rash cutaneo, nella vita adulta di solito presenta una risposta immunitaria più forte e positiva nei confronti di una grande varietà di affezioni. L’infezione da citomegalovirus, estremamente comune e spesso asintomatica, in alcuni può provocare una lesione delle arterie, che nella vita adulta predispone alla malattia cardiaca. Nel 1994, in occasione del terremoto di Los Angeles, in un sol giorno si sono quintuplicate le morti per infarto cardiaco. L’esposizione quotidiana ad un rumore elevato produce in alcuni soggetti ipertensione. Ripetuti sporadici traumi alla testa possono portare ad un disallineamento delle vertebre del collo con tensione cronica dei muscoli e cefalea. In altre parole il trattamento deve essere guidato dalle caratteristiche individuali di ciascun paziente e non dalla anonimità delle classificazioni di malattia.

 Un basso peso alla nascita sembra predisporre all’ipertensione, diabete, ipercolesterolemia, affezioni croniche ai polmoni, cardiopatia. Occorre a questo punto ricordare come il peso alla nascita sia fortemente influenzato dalla alimentazione della madre, dal suo comportamento ad esempio nei confronti del fumo e dell’alcool, dalle condizioni eubiotiche o disbiotiche del suo intestino e della vagina. La diagnosi centrata sul paziente nasce quando il medico si rende conto di essere di fronte ad un “modello caleidoscopico”, come afferma la dottoressa Caroline Bedell Thomas della Johns Hopkins University. Il numero dei parametri da valutare è elevato e soprattutto mutevole in rapporto alla individualità del paziente. Occorre buon senso, disponibilità all’ascolto, flessibilità. La restituzione dello stato di salute, guarigione, prevede percorsi diversi da quelli della cura, che sono dedicati alla soppressione della malattia. Secondo Leo Galland, il primo pilastro della guarigione è rappresentato dalle relazioni. René Dubos osservava 45 anni fa che le epidemie di tubercolosi erano soprattutto in rapporto con l’esplosione di fatti sociali come le guerre. È stato anche dimostrato che i vedovi e le vedove muoiono prematuramente con incidenza 2-4 volte superiore agli altri. Un famoso studio nella contea di Alameda, CA, ha provato che il matrimonio, l’amicizia, il volontariato riducono l’incidenza della morte per cancro, malattia cardiaca, ictus, sia per gli uomini che per le donne. Le donne più isolate nella comunità presentano un’incidenza di morte 3 volte superiore a quelle impegnate socialmente. Studi più recenti hanno
evidenziato che, chi soffre di malattia cardiaca è più vulnerabile se vive da solo ed ha poche relazioni sociali.

 Il dr. Leon Eisenberg della scuola di Harward osserva che un supporto sociale inadeguato è analogo ad una deficienza nutrizionale e che non si può formulare una prescrizione per la sposa e gli amici, come si fa per le vitamine o i minerali, perché manca l’equivalente della “farmacia del vicinato”… Lo scambio d’informazione è un aspetto centrale della relazione tra medico e paziente. I pazienti in genere richiedono una quantità di informazione ben superiore a quella supposta dai medici. Il desiderio di informazione è universale e non è in rapporto con il livello di educazione e la classe sociale. Quanta più informazione il paziente riceve e quanto più il paziente è attivamente coinvolto nelle scelte previste dal trattamento, tanto maggiore è la sua soddisfazione e migliore il risultato clinico. Inoltre il tipo di informazione richiesto è personale e non statistico. Nel 1882 un gruppo di immigranti provenienti da Roseto Val Fortore creò in Pennsylvania la città di Roseto. Viene ricordata perché, per oltre 50 anni, i suoi abitanti hanno mantenuto uno spirito di coesione, ricco di iniziative e di attività di volontariato, che si sono tradotte in una bassissima incidenza di malattie croniche, quali cancro e affezioni cardiovascolari. Man mano che questo spirito veniva meno, l’incidenza delle malattie raggiungeva anche in Roseto i livelli registrati nel resto del Paese. L’effetto placebo che significa “io avrò piacere” è stato descritto da Ippocrate: “Alcuni pazienti, pur consapevoli che la loro condizione è a rischio, guariscono, perché provano contentezza dalla bontà del medico”. Attualmente l’effetto placebo descrive una risposta positiva al trattamento, che dipende non dal trattamento in sé, ma dalla buona disposizione psicologica del paziente. La risposta del placebo è reale, riproducibile e può essere sia psichica che fisica.

Qualsiasi tipo di dolore può ridursi per effetto placebo, fino al 50%. Questa analgesia risulta secondaria alla liberazione di sostanze chiamate endorfine. L’effetto placebo riduce inoltre la nausea, la tosse, l’ansia, la depressione, il colesterolo ed aiuta la cicatrizzazione dell’ulcera peptica. Gli studi a doppio cieco condotti per valutare l’efficacia del Tagamet (cimetidina) nel controllare l’ulcera peptica dimostrarono che il Tagamet portava ad una guarigione nel 76%, mentre il semplice effetto placebo nel 48% dei casi. Il Clofibrato riduce del 50% le morti per infarto e la stessa percentuale viene raggiunta dal placebo, quando il paziente segue diligentemente le istruzioni. Lo stesso risultato è stato raggiunto nello studio con Inderal (propanololo). Naturalmente l’effetto placebo varia in modo sostanziale in rapporto al paziente, al medico, alla patologia e al tipo di trattamento praticato. Occorre comprendere che l’effetto placebo influenza chimicamente la risposta biologica allo stesso medicamento. Chi ha un buon effetto placebo presenta anche una più intensa risposta al farmaco. Queste esperienze dimostrano che l’efficacia del trattamento medico non è una proprietà esclusiva del trattamento in sé, ma dipende da un complesso sistema di relazioni che coinvolgono medico e paziente. I medici in genere sopravalutano la richiesta di farmaci e sottovalutano il desiderio del paziente di ricevere informazioni. L’effetto placebo è la capacità nel medico di far sentire meglio il paziente, indipendentemente dalla terapia e costituisce indubbiamente il fattore principale all’interno della visita. Il placebo dunque non è una pillola o un procedimento, ma una relazione! Quando i medici ignorano l’importanza della relazione medico-paziente essi non si affidano alla scienza, ma la negano. La medicina non è un’astrazione.

La medicina è ciò che fa il medico e la cosa più importante in assoluto è l’interazione del medico con il paziente. Per i pazienti che passano da un medico all’altro il più delle volte non si tratta di errori di trattamento, ma di incapacità da parte del medico di stabilire il giusto rapporto. Il fallimento della relazione può essere indicato con il termine “antiplacebo”. La continua crescita della medicina alternativa nel mondo occidentale è da porre senz’altro in relazione al parziale fallimento della medicina specialistica nei confronti del rapporto interpersonale medico-paziente. Le conseguenze di una risposta antiplacebo si esprimono in rabbia, tristezza, paura, sentimento di essere stati ingannati. Le conseguenze variano secondo i soggetti: depressione, radicata sfiducia nei confronti del medico, determinazione di cercare altrove, ricerca di medicine alternative, a volte con scarso senso critico. Le qualità che caratterizzano un medico attento alla soggettività del paziente sono la capacità di ascolto, la volontà di riconoscere e di apprezzare i pensieri ed i sentimenti del paziente, la capacità di spiegare le cause della malattia ed i sintomi soggettivi, che essa induce nel paziente. L’informazione riduce di solito l’ansia e offre al paziente uno strumento molto valido per lottare contro il dolore. È molto comune per un medico sottostimare la quantità di informazione che il paziente si aspetta e desidera e per contro sovrastimare la quantità di informazioni offerta. Un’altra caratteristica importante è rappresentata dalla volontà di apprezzare l’aiuto offerto dalla famiglia e dalla società. Le malattie croniche sono quasi sempre accompagnate da un senso di inadeguatezza e di colpevolizzazione da parte del paziente. Il ruolo della comunicazione e la qualità della integrazione del paziente nel proprio contesto sociale sono molto spesso responsabili dello sviluppo della malattia o del recupero della condizione di salute.

La capacità di mostrare empatia è, per fortuna, una qualità che può essere acquisita. È indispensabile che il paziente svolga comunque un ruolo attivo ed aiuta il medico a capire il danno funzionale che la malattia ha causato e se il medico non si mostra attento, il paziente farà bene a cercarne un altro. La sfida più importante e la promessa più forte della medicina di oggi non è il controllo dei costi, l’ingegneria genetica o lo sviluppo di nuove tecnologie, ma la implementazione di programmi finalizzati a motivare la gente ad un cambiamento positivo delle proprie abitudini di vita. Il rapporto tra medico e paziente è una risorsa critica per questo cambiamento. Per ottenere una buona relazione con il medico è bene che il paziente presenti i suoi obiettivi e le sue attese, spieghi il tipo di informazione di cui ha bisogno. Questa riguarda i rischi, gli effetti collaterali, le strategie non farmacologiche, i risultati negli altri pazienti, le statistiche. Altrettanto importante è che esprima i propri sentimenti nei confronti della malattia e come quest’ultima abbia modificato la qualità della sua vita.

È indispensabile che il paziente si disponga a giocare un ruolo assolutamente attivo nella implementazione del programma ed infine valuti criticamente la disponibilità del medico a seguirlo lungo questi percorsi soggettivi. I trattati di anatomia e fisiologia descrivono gli organi del corpo e le loro funzioni, come entità separate, ad esempio, il sistema nervoso, immunitario ed endocrino. Noi oggi sappiamo che questa impostazione non è più attuale, perché esistono molecole “universali” che mettono in comunicazione sistemi e tessuti diversi: neurotrasmettitori ormoni e citochine. I contributi della biologia molecolare ci hanno permesso di scoprire che l’espressione dei nostri geni viene modificata non solo da molecole prodotte dai nostri organi, ma anche da una serie di molecole che provengono dalla alimentazione e dall’ambiente. Abbiamo così imparato che la salute e la malattia dipendono dalle continue modifiche indotte da parte di molecole di provenienza endogena ed esogena sull’espressione dei nostri geni.

La salute può così essere interpretata come il mantenimento di gradi multipli di libertà metabolica ed omeodinamica. Questa libertà è basata sulle interconnessioni, pluripotenzialità, diversità e ridondanze delle nostre funzioni. La contrazione di uno di questi parametri si traduce necessariamente in un impoverimento del nostro stato di salute. Secondo questa prospettiva, la valutazione dello stato di salute consiste nella quantizzazione di questa riserva di caratteristiche e di potenzialità, piuttosto che nella definizione di uno stato patologico. In questa prospettiva risultano particolarmente utili i test da carico, perché ci permettono di esplorare la potenzialità delle nostre riserve in condizione di stress come ad esempio nel test cardiaco da sforzo o nel test da carico di glucosio. Poiché si tratta di valutare funzioni interconnesse di sistemi multipli e gradi di libertà metabolica, il paziente viene interpretato nella sua identità biologica, costituendo il solo “universo” in cui viene realizzata l’unicità delle interconnessioni, dei potenziali, delle diversità e delle ridondanze. L’evento patologico si manifesta in seguito a una perdita di libertà del grande sistema di relazioni e come tale va interpretato, se vogliamo passare dalla cura di una patologia d’organo al recupero dello stato di salute.